Cuadro de texto:

Patriarcado Ecuménico de Constantinopla

ARZOBISPADO ORTODOXO DE ESPAÑA Y PORTUGAL

Emblema del Patriarcado Ecuménico

Conferencias y Discursos del Metropolita (continuación)

 

Su Eminencia Rvdma. Policarpo Stavrópoulos

Arzobispo-Metropolita Ortodoxo de España y Portugal

y Exarca del Mar Mediterráneo

Presidente de la Asamblea Episcopal Ortodoxa de España y Portugal

 

 

diversa da quella del mondo. Perché porta una tranquillità, una quiete, una calma interiore al corpo e all’anima che allontana ogni turbamento e timore dal cuore umano.

                 La parola “pace” è molto presente nei discorsi del Signore. Possiamo anche dire che questo argomento vitale è da Lui molto amato, perché è come se parlasse di se stesso, che è la pace in persona, la pace per eccellenza.

                 La pace è un bene prezioso che tutti inneggiamo e invochiamo, ma di cui pochi si prendono cura affinché  fruttifichi e domini nel mondo. Spesso, al posto della pace vengono serviti i conflitti, le contrapposizioni, le guerre tra le nazioni, nelle società, nelle famiglie e negli uomini che vivono divisioni e turbamenti. Questa terra martoriata conosce bene che significhi la guerra, perché l’ha vissuta in modo terribile proprio 70 anni fa.

                         Gesù prima di lasciarci la pace, la Sua pace, parla di “amore” (Gv 14,23-24) e di “Spirito Santo” (Gv 14,26). In questa maniera collega in modo indissolubile la pace con l’amore e lo Spirito Santo. La vera pace presuppone l’amore disinteressato e tutti e due, amore e pace, sono frutti dello Spirito Santo, come afferma l’Apostolo delle Genti, San Paolo, nella sua Lettera ai Galati (5, 22-23).

                         In un mondo che ha allontanato Cristo dalla sua vita, che ha adottato come modo di vita la forza di rottura del peccato, che ha negato la beata pace del Dio-Uomo, è però naturale che si presentino eventi e fenomeni tragici che degradano la personalità umana e stroncano il valore umano. Il mondo oggi “sta nel male”, e dimentica che il Signore chiamava beati gli operatori della pace e li chiamava “figli di Dio”, dando parallelamente anche una via di giustificazione e salvezza personale a chi abbia scelto nella sua vita la pace di Dio e l’abbia trasmessa anche agli altri.

                         La mancanza di pace nel mondo odierno si deve, principalmente, a mio umile parere, a tre motivi e fattori.

                         La prima causa è l’allontanamento della nostra società secolarizzata dalla volontà di Dio. L’uomo non è cin grado di ottenere la pace lontano da Cristo, perché Egli “è la nostra pace”, la fonte della pace. Abbiamo menzionato le parole paoline secondo cui la pace è frutto dello Spirito Santo. Ma per fruttificare è necessario che nel mondo regni lo Spirito di Dio, che è per eccellenza Spirito di pace. Bisogna che il mondo riconosca il vero Dio, ritorni alle Sue braccia e riacquisti la virtù perduta.

                         Il secondo fattore è la pacifica convivenza e relazione con il nostro vicino, il nostro prossimo. Perché accada questo “presupposto esistenziale è che ogni uomo abbia coscienza dei propri sbagli”, come sottolinea sapientemente San Silvano l’Athonita. Abbandonare l’egoismo e la consolida tendenza dell’uomo a comandare, governare e dominare sugli altri. Nei nostri giorni, per fortuna, non si sono guerre mondiali, ma la pace viene sempre ferita gravemente, sanguina continuamente come la donna della pericope evangelica (Lc 8,41-56), ma questa ultima ha ricevuto la guarigione da parte del Re della pace, esortandola infine: “va in pace”. La frenesia dell’uomo odierno per dominare e prevalere, usando ogni mezzo legittimo e illegittimo, ha come conseguenza immediata le ingiustizie e le ineguaglianze che tutti osserviamo.

                         Il terzo motivo è la pace personale, perché essa non è una situazione esterna, ma soprattutto una questione interna e del cuore. Per raggiungerla, è necessario che sia allontanato l’odio e l’ira, la critica ingiusta, la tentazione verso il peccato e che siano superare le passioni con la preghiera, il pentimento e l’ascesi.      

                         Gesù ha pacificato con il sangue del Suo sacrificio sulla Croce ciò che si trovava sotto il regime della divisione e della corruzione: la stirpe umana. La pace secondo i Santi Padri della Chiesa ha un doppio carattere: spirituale e materiale, perché appunto se non esiste pace nel corpo, non può esistere anche nell’anima e all’inverso. La pace corporale ha come conseguenza l’umiltà, la tranquillità, la quiete, la preghiera, la vita spirituale, mentre quella dell’anima porta alla purificazione, all’illuminazione, alla santità e alla perfezione in Cristo. E il Corpo mistico divino-umano della Chiesa è il luogo dell’eccellenza dove si acquista la pace del corpo e dell’anima, la pace interiore di Cristo, e da essa viene irradiata al mondo. Questa pace i Santi Padri teofori la definiscono: “la pace che supera ogni mente” (εἰρήνη ἡ πάντα νοῦν ὑπερέχουσα) e guida alla santificazione, perché come dice San Nectario d’Egina: “La pace è la luce che fa sparire il buio del peccato”, per concludere San Paolo, basandosi sull’affermazione analoga del Signore nel Suo Discorso della montagna (Beatitudini), “che senza la pace e la santificazione nessuno può vedere Dio” (Ebr 12,14).

                         La pace  di Cristo deve accompagnare la vita e le opere nostre, caratterizzare il nostro status personale e le nostre relazioni con Dio e con il nostro prossimo, perché pacificandosi con Dio Trino, Datore della vera pace, e con il prossimo, rispende la pace anche al mondo che ci circonda.

                         Questo è lo scopo che ha animato e continua ad animare la Comunità di Sant’Egidio, a me tanto cara dal mio lungo servizio sacerdotale nell’amata Italia. La Comunità ha compreso la forza e le possibilità che hanno le Chiese e le Religioni e soprattutto la preghiera e il dialogo comune perché seccano i conflitti e regni nel mondo la pace. Ispirata dallo “Spirito di Assisi”, dovuto e realizzato dal beato servo di Dio, l’indimenticabile Papa Giovanni-Paolo II, figlio di questa terra martoriata e Pastore fedelissimo per tanti anni della Chiesa di Dio che è in Cracovia, il quale è presente spiritualmente in questo sacro momento e rallegrandosi in cielo ci invia la Sua santa e incoraggiabile benedizione, (la Comunità) continua con tanta fede e speranza al Re della pace e instancabile forza e coraggio ad operare affinché la pace di Cristo sia possibile nel nostro mondo turbato, secolarizzato e materialista.

                         La presenza e la attiva partecipazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che ho il grande onore e privilegio di rappresentare, portandovi il saluto fraterno di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, amico sincero della Comunità e sostenitore dei suoi sacrosanti ideali, e delle altre Chiese Ortodosse autocefale locali negli Incontri per la Pace della Comunità di Sant’Egidio, vuol mostrare l’impegno comune perché la pace, la vera pace, la pace di Cristo rimanga sempre tra gli uomini e non ci abbandoni. 

                         Per le intercessioni della Santissima Madre di Dio e Semprevergine Maria, la Regina della pace, di cui oggi festeggiamo la Nascita, di Sant’Egidio vescovo e martire, di San Francesco d’Assisi e del servo di Dio Giovanni-Paolo II spalanchiamo le porte al Re della vera ed autentica pace Gesù Cristo, nostro comune Signore e Salvatore!

                         A Lei Eminentissimo e reverendissimo Signor cardinale Dziwisz, che molti di noi qui presenti abbiamo avuto il grande onore di conoscerLa come il carissimo don Stanislao, affianco al fedele servo di Dio e servitore della Papa Giovanni-Paolo II, si dirige il nostro profondo ringraziamento per queste belle giornate che abbiamo vissuto nella nobile e reale città di Cracovia. Il nostro fervide augurio e preghiera “ad multos annos” – “eis pollà èti Dèspota” Le accompagna sempre. Amen!     

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              † Metropolita Policarpo Stavropoulos

Arzobispo-Metropolita Ortodoxo de España y Portugal y Exarca del Mar Mediterráneo

Presidente de la Asamblea Episcopal Ortodoxa de España y Portugal

 

“Limosna” y “filantropía” en la Iglesia; la comprensión teocéntrico-eclesial de la solidaridad social”.

 

(Murcia, Universidad Católica San Antonio, 25 de febrero de 2010)

 

Agradezco de todo corazón a los organizadores de las IX Jornadas de caridad y Voluntariado (23/02-07/03/2010), promovidas por el Departamento de Ciencias Humanas y Religiosas de la Universidad Católica “San Antonio” de Murcia, por la invitación de participar en ellas como ponente, en mi calidad de Arzobispo-Metropolita Ortodoxo de España y Portugal.

Es un gran honor no tanto para mi sino la Santa Institución que represento, es decir la Iglesia ortodoxa y particularmente el Patriarcado Ecuménico. Esta región se relaciona con la sede del Patriarcado Ecuménico, la ciudad de Constantinopla-Nueva Roma, por que en Cartagena residió por siglos el Exarca del Emperador Romano de Oriente y Gobernador de la Región Imperial de Iberia.

El título de mi conferencia es: “Limosna y filantropía en la Iglesia; la comprensión teocéntrico-eclesial de la solidaridad social” y se divide en tres parágrafos: a) Parámetros bíblicos sobre el tema; b) Divina Eucaristía y filantropía; c) El carácter teocéntrico-eclesial de la solidaridad social.

 

Parámetros bíblicos sobre el tema   

La investigación ha demostrado que el término “limosna”, del griego λεημοσύνη, era desconocido en la literatura griega antigua. La Traducción de los Setenta usa el término para designar la obra filantrópica y la recompensa de Dios hacia el hombre. La limosna de Dios hacia el hombre, además, constituía el modelo para la limosna del hombre hacia su prójimo. Este último concepto de limosna, sin embargo, se presenta en el Antiguo Testamento como una práctica religiosa y no simplemente social.

La dimensión religiosa de la limosna aparece, en principio, por la Ley divina. Pero el interés reside igualmente en la relación de la limosna con la vida litúrgica de Israel. A ello insta la Ley durante la celebración pascual, y a ello anima Tobit a su hijo a hacer durante la celebración de Pentecostés. Ello, también, es testimoniado en la ceremonia de restablecimiento del Arca de la Alianza por David, durante el acto de celebración de los ácimos en Jerusalén, reinando Ezequías, y durante la celebración del “día santo” en tiempos de Esdras. En todos los casos mencionados de limosna durante la celebración de un evento cultual dominarían, seguramente, las afirmaciones de los Proverbios: “Presta a Dios, quien se apiada del pobre; y según su dádiva, se le retribuirá… Quien da a pobres, no carecerá de nada” (Prov. 19, 17 y 28, 27) y de la Sabiduría de Sirac: “Fuego inflamado extinguirá el agua; y la limosna expiará los pecados… Encierra limosna en tus recámaras, y ella te sacará de todo mal” (Sir. 3, 30 y 29, 12).

Por ello el caritativo “es bienaventurado” y abastecido con la seguridad de que Dios “no apartará de él su rostro”. La relación, pues, entre las ceremonias litúrgicas y la limosna en el Antiguo Testamento se empapa, evidentemente, de la convicción de que “el que hace limosna” ofrece a Dios “sacrificio de alabanza”. Esta verdad se pasa al Nuevo Testamento, en el cual se declara que la limosna hacia el prójimo constituye una de las causas de “gloria del Señor” (2 Cor. 8, 19).

En el Nuevo Testamento, sin embargo, se adopta también el sentido general de la caridad, de acuerdo con la terminología veterotestamentaria: “Hacer limosna” y “dar limosna”, significados que se aproximan más a la literatura rabínica. En ambos los casos la limosna es relacionada con la oración, la cual completa y refuerza, tal y como resalta el Apóstol Pedro al centurión Cornelio. Este testimonio, sin embargo, sobre las limosnas de Cornelio, las cuales “subieron como memorial en el acatamiento de Dios” (Hechos 10, 4) – (es decir, para que Dios no se olvidase de Cornelio) – evidencia un marco litúrgico preciso. Además de ello, también la expresión “delante de Dios” en el Nuevo Testamento remite a un marco de oración.

Dentro del marco bíblico-teológico mencionado, no sorprende la declaración del Apóstol Pablo sobre que la limosna constituye un “servicio sagrado” (“λειτουργία”) el cual “se desborda en múltiples hacimientos de gracias a Dios” (2 Cor. 9, 12). Esta terminología es evidentemente cultual y no dista de la relación veterotestamentaria entre limosna y ceremonia ritual. Por otro lado, no se ha de considerar trivial el hecho de que la enseñanza del Señor sobre la verdadera limosna antecede a Su enseñanza sobre la oración, mientras que también el Apóstol Pablo se refiere a la relación de “misericordia hacia Su pueblo” con la “oblación”, es decir, el sacrificio en el templo.

La relación entre la limosna y el culto a Dios no es la única herencia del Antiguo Testamento sobre el tema de la solidaridad con el prójimo: La correspondencia hacia Dios y la creación de “tesoro en el cielo” son vertientes de la enseñanza del Señor sobre la limosna, las cuales “traspasan” al Nuevo Testamento los correspondientes significados veterotestamentarios, y es seguro que denotarían la obra filantrópica de la Iglesia cristiana.

La falta de espíritu misericordioso y filantrópico es reprobada por el Apóstol Pablo cuando, principalmente, se manifiesta con ocasión de la “cena del Señor”: la Divina Eucaristía. Este testimonio exige una atención especial, porque evidencia que el Apóstol esperaba de los destinatarios de su Epístola que mostrasen su filantropía especialmente y en concreto durante esta circunstancia. Es por ello que protesta duramente al observar que la ejecución de la Eucaristía se acompaña de falta de espíritu filantrópico.

Divina Eucaristía y filantropía

Los testimonios de los Hechos sobre el tema de la limosna y la filantropía se condensan en las conocidas declaraciones sobre la propiedad común. Merece especial atención, sin embargo, la constatación de una cohesión entre la Divina Eucaristía y la propiedad común: “Y todos los que habían abrazado la fe vivían unidos, y tenían todas las cosas en común” (Hch. 2, 44). El Apóstol Pablo revela que la sinaxis de los creyentes “en un mismo lugar” explica evidentemente el marco temporal, dentro del cual se desarrollaba la acción filantrópica de la recién constituida Iglesia: El testimonio de que los bienes “los ponían a los pies de los apóstoles” no es posible que remita a ninguna otra reunión – en presencia de los Apóstoles – que no fuera la Divina Eucaristía. Sabemos que la primera comunidad cristiana de Jerusalén se reunía a diario alrededor de la misma mesa: “Unánimemente… partiendo el pan… tomaban el sustento con regocijo y sencillez de corazón” (Hch. 2, 46). El sentido de la unión durante la sinaxis eucarística es resaltado con el término “comunión” (κοινωνία). Los primeros cristianos “perseveraban asiduamente en la doctrina de los apóstoles y en la comunión, en la fracción del pan y en las oraciones” (Hch. 2, 42).

Estos testimonios remiten a la celebración de la Divina Eucaristía por los primeros cristianos, de acuerdo con la “cena del Señor”, del cual procede la terminología eucarística de la “fracción del pan”. Paralelamente, sin embargo, estos primeros testimonios eucarísticos revelan también el carácter social de la “fracción del pan”, es decir, del ofrecimiento de alimento hacia los muchos miembros pobres de la Iglesia cristiana primitiva. En efecto, a los problemas surgidos en concreto durante las sinaxis se refiere el pasaje Hechos 6, 1: la “murmuración de los helenistas” porque, en el transcurso de las sinaxis eucarísticas diarias, los cristianos hebreos no atendían como debieran a las viudas de los helenistas en el suministro de los alimentos.

Esta práctica eucarística de la asociación entre la “fracción del pan” y la ayuda social para los pobres era el equivalente a la hebrea del “plato del pobre”, el cual compartían a diario, y la “cesta del pobre”, la cual compartían los viernes de cada semana, es decir antes de la celebración del sábado. Observamos, pues, que en la Iglesia cristiana primitiva de Jerusalén, la Eucaristía marchaba a la par de la ayuda social, hecho que se relaciona con prácticas equivalentes del Judaísmo. La diferencia reside en el cambio de día: Para la Iglesia cristiana, la relación de la Divina Eucaristía con la “cena de caridad” (la comida para los pobres) no se realiza el día anterior al sábado, sino el domingo, en el cual, por otro lado, se realizaba también la “colecta” (λογία) de la Iglesia (1 Cor. 16, 2).

Los testimonios citados de los Hechos iluminan la forma de realización de la filantropía en la Iglesia Apostólica. Consideramos, de hecho, que esclarece el testimonio sobre limosna de la Epístola Católica de Santiago, una epístola que parece que estaba dirigida a la sinaxis litúrgica. La “obra” de la limosna queda exceptuada como el suplemento imprescindible, de tal manera que la fe no resulte “muerta”. Y no es causal el paradigma de “fe acompañada de obras”, el cual menciona el escritor de la epístola: Que Abrahán “fue justificado” ofreciendo a Isaac su hijo sobre el altar. La adición de la limosna en conjunción con una praxis de culto a Dios ciertamente no es casualidad.

En la Epístola a los Gálatas, el Apóstol Pablo hace referencia a la decisión del Sínodo Apostólico de Jerusalén (48/49 d.C.) de que los pobres fuesen ayudados, añadiendo que “se esmeró en hacerlo”. Se sobreentiende que Pablo interpreta esta decisión no como un compromiso personal, sino como una obra precisa para todo el cuerpo eclesiástico. Esta obra, no obstante, no constituye una simple iniciativa social de la Iglesia primitiva. San Pablo lo llama “servicio sagrado” (vid. arriba), pero también “comunión” de los misericordiosos con aquellos que alcanzan la misericordia. Y el significado de “comunión” remite a una unidad más profunda, la cual no salvaguardan las relaciones humanas diarias, sino la fe común, tal como se expresaba en la vida religiosa de estas primeras comunidades eclesiásticas. El Apóstol Pablo utiliza una sola vez el término de “colecta” significando la obra filantrópica de las Iglesias de Galacia e Corinto. Se trata de un término desconocido en los Setenta, el cual sin embargo aparece en papiros con el significado de “filantropía religiosa”, la filantropía que se muestra entre los miembros de un conjunto social. Parecidos testimonios existen sobre el entorno religioso del Judaísmo de la Diáspora. Digno de mención, no obstante, es el testimonio del citado texto paulino sobre el tiempo de realización de la “colecta”: “Cada primer día de la semana, cada uno de vosotros reserve en su poder y vaya atesorando lo que lograre ahorrar, no sea que cuando llegue yo, se hayan de hacer entonces las colectas” (1 Cor. 16, 2).

El consejo del Apóstol de reunir el dinero “durante los domingos”, de tal forma que la colecta no sea hecha precipitadamente, remite a la sinaxis litúrgica del domingo, es decir, a la realización de la Divina Eucaristía. Durante, pues, de la sinaxis eucarística dominical se manifestaba la obra filantrópica de la Iglesia primitiva. Y como resalta San Juan Crisóstomo, interpretando en citado fragmento del Apóstol, la disposición a la realización de la “colecta” ese día en concreto sería mayor en razón de la “comunión de los sobrecogedores e inmortales sacramentos” (San Juan Crisóstomo, Comentario a la Epístola a los Corintios, MPG 61, col. 368).

Este marco litúrgico de realización de la limosna justifica la terminología paulina sobre la citada acción filantrópica: “servicio sagrado” (λειτουργία), “comunión” (κοινωνία), “ministerio” (διακονία), “bendición” (ελογία), “gracia” (χάρις) y “fruto” (καρπός). Estos términos remiten probablemente a un marco religioso y no jurídico. Por esto, tal vez, el Apóstol utiliza tan sólo una vez el término “colecta” (λογία), término que es básicamente jurídico. Por otro lado, a la gracia de tomar parte en este socorro destinado a los santos (es decir la “colecta”, 2 Cor. 8, 4), San Pablo lo llama “bien acogida” (επρόσδεκτον), terminología que muy probablemente se aviene al significado del sacrificio litúrgico. Pero también en la Epístola a los Hebreos, el Apóstol proclama que la “beneficencia” (εποιία), es decir la atención filantrópica, constituye “sacrificio”, con el cual “se complace Dios”. La misma sacralidad sobre aquél que realiza la obra filantrópica se expresa en el caso de Epafrodito, el cual es llamado “empleado en atender la necesidad” del Apóstol Pablo.

Todos los testimonios citados demuestran que la “colecta” de las Iglesias de los Gentiles para la Iglesia-madre de Jerusalén no era solamente una forma habitual de filantropía social, sino que muestra el más profundo misterio de la Iglesia. Este ofrecimiento fue un “sacrificio de alabanza” hacia Dios, una ocasión de doxología eucarística a Él por Su gran beneficencia de aceptar a los Gentiles en Su Santa Iglesia.

C. El carácter teocéntrico-eclesial de la solidaridad social

El Cristianismo, como es sabido, no se dirige solamente a la mente del hombre, sino a toda su existencia. Por ello la fe cristiana no se limita a la aceptación de las verdades del Cristianismo, sino que incluye también su transformación en hechos y vida. La fe estéril e improductiva es caracterizada en el Nuevo Testamento como demoníaca: “También los demonios creen y se estremecen” (Sant. 2, 19). La verdadera fe cristiana se manifiesta con obras de caridad (Gál. 5, 6) y el ejercicio de esa caridad, como aplicación del contenido de la fe, constituye un distintivo fundamental de la vida cristiana.

Así pues, la caridad en el Cristianismo no se entiende como simple manifestación sentimental, sino como correspondencia al amor de Dios, que se hizo hombre, y como deuda al prójimo, que es imagen de Dios. Esta caridad se refiere a todo el hombre. Por ello, el apoyo en las necesidades materiales del prójimo constituye una manifestación obvia de la vida cristiana y consecuencia de la virtud de la filantropía.

Filantropía es el conjunto de actos y medidas tomadas, con los cuales se alcanza y sana el infortunio o la miseria personal o de grupo, material, ética o espiritual. Condición espiritual de la filantropía es el convencimiento sobre el que los hombres están obligados a ayudar al prójimo, el cual la necesita.

La filantropía se ha presentado a lo largo de los siglos en variadas formas. En el tiempo anterior a Cristo estaba poco desarrollada y la ejercía principalmente el Estado o también los ciudadanos.

El Cristianismo como religión, abierto a la asimilación de todo bien, tomó bastantes elementos del espíritu griego, y junto a las costumbres hebreas desarrolló su propia ética, la cual fue esencialmente teocéntrica. La filantropía resultó ser una virtud, la cual principalmente aspira a imitar la postura de Dios, más que como manifestación de sentimientos humanitarios o de compasión hacia los necesitados. La caridad cristiana, hacia la cual se aproxima el sentido antiguo de la filantropía, tomó un sentido más religioso en la Iglesia de los primeros siglos. La enseñanza que estableció el carácter teocéntrico de la filantropía fue la predicación del Señor “el Hijo del hombre no vino a ser servido, sino a servir y a dar su vida como rescate por muchos” (Mc 10, 45/Mt 20,28). Así, el filántropo se convierte en siervo de Dios, como Dios tomó forma de siervo. Dios no manifestó su amor para el hombre por criterios egoístas, sino para que éste pudiera ser salvado. En ello se halla la base del altruismo, de la caridad desinteresada, de la filantropía cristiana.

El Señor enseñó a sus discípulos a amarse los unos a los otros, así como Él los amó (Juan 15, 12). Dios es el modelo y la creación ha de imitar a su Creador. De acuerdo a las palabras de Jesús: “Un nuevo mandamiento os doy: Que os améis unos a otros como yo os he amado; que también vosotros os améis mutuamente. En eso conocerán todos que sois discípulos míos, si os tuviereis amor unos a otros” (Juan 13, 24-35).

La predicación sobre el amor universal se convierte en la contraseña de los discípulos de Cristo y la piedra fundamental de la Iglesia primitiva. No constituía simplemente un concepto teórico abstracto, sino una virtud aplicada. Los creyentes son instados a ejercer la limosna hacia los necesitados, los extranjeros y los huérfanos, y a desarrollar el sentimiento de igualdad y justicia social y racial. El ejercicio de la filantropía no había de ser resultado de presiones, intenciones o criterios egoístas, sino fruto de la libre voluntad. Este concepto revolucionario sobre la filantropía inspiró entusiasmo por la realización de obras de caridad y se materializó con la instauración de múltiples fundaciones.

Además, la filantropía aspiraba a satisfacer no solamente al propio hombre caritativo, sino mayormente a la fuente misma de la filantropía: a Dios. La filantropía cristiana abrazó a todos los hombres, puesto que el hombre es la suprema creación de Dios. La diferencia entre el mundo antiguo grecorromano y el Cristianismo era que el primero consideraba al hombre básicamente como un ser social y político, mientras que el segundo como imagen de Dios el cual, como el hijo pródigo, fue llamado nuevamente a la casa del su padre a través de la filantropía del único verdadero filántropo por excelencia: Jesucristo.

La Iglesia Apostólica organizó instituciones filantrópicas y se ocupó de los pobres, de las viudas y de los huérfanos. Organizaba comidas comunes, y los cristianos impulsaban su ayuda para ellos, así como para con otros, en la Iglesia local. Creían ser miembros vivientes de un mismo cuerpo. El concepto de la caridad había tocado las almas de los creyentes en tal grado, que la filantropía activa se hizo tarea de todos. A los pobres se les consideraba, tal como mencionan los Cánones Apostólicos: “templos de Dios”, y fue introducido el sistema del diezmo, de tal modo que la Iglesia tuviera reservas suficientes para realizar su misión filantrópica. Los miembros de la Iglesia eran alentados a ofrecer los primeros frutos de sus cosechas, los llamados “aparjés” (παρχές), para los pobres.

La filantropía cristiana se institucionalizó muy pronto y el Obispo era responsable de tareas de organización para la filantropía de la Iglesia. Había que mostrar a los huérfanos el cuidado del padre, a las viudas la atención y la protección de los maridos, compasión a los discapacitados, ofrecer refugio a los extranjeros, alimento a los hambrientos, agua a los sedientos, visitar a los enfermos, ayudar a los presos.

La Iglesia fundó una gran tradición de obras filantrópicas, tal y como testimonian muchos textos históricos. La legislación eclesiástica aseguró la construcción de fundaciones filantrópicas, tales como hospitales, casas de caridad, asilos de ancianos e instituciones similares. La obra filantrópica de la Iglesia no era, sin embargo, tema de frío legalismo, que en teoría puede decir mucho pero en la práctica ser muy poco. Los creyentes no necesitaban leyes que los presionasen a manifestar su amor por el hermano que sufre. Desde el Obispo hasta el más simple de los creyentes, la filantropía constituía su atención diaria. En muchas ocasiones el Obispo se coloca al frente de sus fieles mostrando así el cuidado de toda la Iglesia por la filantropía. Toda la enseñanza ética de la Iglesia sobre la filantropía se desarrolló y fue incorporada a sus divinas liturgias, a los escritos patrísticos, a la enseñanza dogmática y a sus Cánones, y se unificó a todo ello.

No era raro encontrar a clérigos cuyo continuada atención diaria era ocuparse del hombre, del hombre considerado en su plenitud, y de lo que a éste afectase en su vida: Sus relaciones con la familia, con sus compañeros de trabajo, con la sociedad, con el Estado. Los Santos Padres de la Iglesia mostraban su atención por el hombre de diversas maneras y con diversas actuaciones. El desarrollo de la personalidad y dignidad de cada persona, joven y viejo, sano o enfermo, cristiano o no, era la principal ocupación de muchos clérigos y monjes. El camino que conduce a la divinización (θέωσις) final es la caridad-filantropía. Porque “tanto más ama uno a Dios, cuanto más se introduce dentro de Él”, tal como escribió Clemente de Alejandría (¿Quién es el hombre rico que se salvará?, cap. 27).

La filantropía estuvo muy desarrollada durante la época bizantina. Todos los grandes Padres de la Iglesia en su predicación recomendaban e incitaban la justicia y la realización de buenas obras. Los cristianos y la Iglesia hubieron de esforzarse en gran medida para el alivio de los desdichados y agobiados. Monumentos eternos de la cultura espiritual bizantina y particularmente de la conciencia social cristiana en los tiempos bizantinos son las diversas fundaciones benéficas y filantrópicas, las cuales fueron fundadas por la Iglesia y por el Estado y fueron inspiradas por el espíritu y el ejemplo luminoso cristiano eclesial.  Los grandes Padres fueron innovadores, introduciendo la organización sistemática de las fundaciones filantrópicas. San Basilio el Grande utilizó la herencia de los bienes de su madre, así como las grandes donaciones de sus amigos y conocidos ricos, y aún de su anterior enemigo el emperador Valente, para fundar un conjunto de instituciones: Hospital, orfanato, casa de ancianos, alberque para los viajeros pobres y los visitantes, y hospital particular para enfermedades contagiosas, conjunto en el cual se instaló el propio Basilio el Grande.

         Con brevedad hemos de hacer referencia también a las leproserías, en las cuales encontraban atención los que padecían lepra, enfermedad muy extendida en aquellos tiempos. También era importante el número de orfanatos, los cuales estaban relacionados con los monasterios. San Gregorio el Teólogo (Homilía 42) hace referencia a éstos llamándolos “sistemas de huérfanos” (ρφανν συστήματα). Por último, los cristianos de los tiempos bizantinos se destacaban también en la obra misionera y filantrópica por excelencia, la salvación de aquellos que vivían una vida de pecado. Por este motivo fundaban las “casas de arrepentidas” (τάς Μετανείας), en las cuales se ofrecían las condiciones adecuadas para hacer retornar a la vida sensata a mujeres, las cuales vivían en pecado y del pecado.

La filantropía en tiempos posteriores continuó la brillante tradición de los tiempos pasados y sistematizó la obra social en todas sus formas. Toda esta obra fue desarrollada de manera importante y fue organizada por los diferentes países con la fundación de ministerios, instituciones y organismos especializados en el subsidio y la conciencia social.

Muchísimas gracias.

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 SALUDO DE SU EMINENCIA RVDA. POLICARPO, METROPOLITA ORTODOXO DE ESPAÑA Y PORTUGAL,

DURANTE LA PLEGARIA ECUMÉNICA EN HONOR  DE SAN VICENTE DIÁCONO Y MÁRTIR, PATRÓN DE VALENCIA

(Valencia, el 21 de enero de 2012)

 

Excelencias Reverendísimas,

Reverendísimos Padres,

Queridos hermanos y hermanas en Cristo,

 

Nos hemos reunido aquí en este templo monástico en oración común con ocasión de la conmemoración de San Vicente, diácono y mártir de la Santa Iglesia de Cristo, patrón de Valencia e hijo de la bendita tierra española y especialmente de Zaragoza, una de las primeras tierras y diócesis cristianas ibéricas. La palabra griega “mártys” define a la persona que está segura de su verdad y que da testimonio público de esa verdad. Nuestro diácono Vicente era una persona así. Poseía la verdad por excelencia, la verdad con V mayúscula y ha ofrecido su propia sangre voluntariamente, por esa Verdad eterna que es Nuestro Señor Jesucristo, el único Salvador y Redentor del mundo, el Hijo Unigénito y Verbo de Dios Padre. Por eso es un santo que se honra particularmente en Occidente y en Oriente, hasta el fin del mundo terrestre. San Agustín, este gran padre occidental de la Iglesia, elogia a San Vicente escribiendo de él: “Quousque vel Romanum imperium vel christianum nomen extenditur natalem non gaudet celebrare Vincentii?” (PL 38, 1257) y la Iglesia que está en Oriente canta cada 11 de noviembre, el día de su conmemoración litúrgica: “Salve, antorcha divina de España, gloria de Zaragoza, tesoro de Valencia; salve, inagotable torrente de milagros, bienaventurado Vicente, orgullo de diáconos”. El “mártir” y “santo” por excelencia es solamente Dios. Por eso en el Antiguo Testamento nos exhorta para hacernos también nosotros mártires y santos, como es Él. Testimonio y santidad son dos cosas inseparables en la vida del verdadero cristiano. Si no es mártir, es decir testigo, y santo, o por lo menos lucha continuamente por la santidad, no es un cristiano como Cristo y su Iglesia enseñan. Es un cristiano templado que será condenado como dice muy claro el Apocalipsis. El inolvidable Papa Juan-Pablo II, el Papa de los dos pulmones de la Cristiandad, uno oriental y uno occidental, inaugurando los festejos del gran Jubileo de los 2.000 años del nacimiento según la carne de Nuestro Salvador Jesucristo, había tenido particular mención de los santos mártires de la fe en Cristo, los cuales llamó “puente de unidad” entre los cristianos, un puente firme y seguro. En los tiempos antiguos los verdaderos cristianos sufrieron el “martirio de sangre”; hoy sufren el “martirio de la conciencia”, que según los Santos Padres de la Iglesia es más fuerte y doloroso del “martirio de sangre”, porque el de conciencia es continuo y insistente. Vivimos en una época de enorme crisis espiritual y moral. La superación de esta crisis se hace a través de la fe firme en Nuestro Señor y Salvador Jesucristo, nacido nuevamente hace pocos días “por nosotros los hombres y por nuestra salvación”, reforzados por los eternos e inmortales ejemplos, que son sus Santos Mártires, como San Vicente diácono, patrón de Valencia.     Por sus intercesiones, Cristo Nuestro Dios, ten piedad de nosotros y sálvanos. Amen.

 

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SALUDO DE SU EMINENCIA RVDMA. POLICARPO, METROPOLITA ORTODOXO DE ESPAÑA Y PORTUGAL

Y EXARCA DEL MAR MEDITERRÁNEO, DURANTE LA DIVINA LITURGIA HISPANO-MOZÁRABE

EN OCASIÓN DE LA SOLEMNIDAD DE SAN ILDEFONSO,  OBISPO Y PATRÓN DE TOLEDO

(Catedral Primada de Toledo, el 23 de enero de 2012)

 

Excelentísimo y Reverendísimo Arzobispo Metropolitano de Toledo y Primado de España Don Braulio,

Reverendísimos Padres,

Estimadas Autoridades,

Queridos hermanos y hermanas en Cristo,

 

                 Nos hemos reunido aquí en esta majestuosa Catedral Primada de Toledo celebrando la solemne conmemoración de San Ildefonso, gran Padre de la Santa Iglesia de Cristo, obispo y patrono de Toledo, una de las primeras tierras y diócesis cristianas ibéricas, en la antigua y venerable liturgia hispano-mozárabe, hija de la liturgia siriaca oriental.

La palabra "γιος-santo" en la lengua griega antigua indica una persona distinguida, una persona que se distingue de las otras. Estas personas son distinguidas, es decir santas, porque su vida se distingue por la continua oración y contemplación mística, la iluminación interior, la purificación del corazón, la visión de Dios (θεωρία-theoría), el hacer milagros, y para usar el lenguaje de los Santos Apóstoles por la participación en la santidad de Dios.

La santidad no es una virtud humana, sino un don del Espíritu Santo. Los Santos poseen la Gracia porque están unidos continuamente al Dador de cada don perfecto y al Padre de la Luz sin ocaso. La Gracia de Dios que habita en los Santos, toca también su cuerpo y la creación, y por ese motivo sus reliquias tienen también la Gracia de Dios y son fuente de milagros. Esta Catedral Primada es un lugar que irradia mucha Gracia por medio de las reliquias de San Ildefonso, este gran Padre occidental de la Iglesia Universal, que las guarda con celo divino.

La santidad es comunión con Dios Trino dentro del Cuerpo místico de Cristo, la Iglesia, fuera de la cual no existe salvación, como dice otro gran Padre occidental de la Iglesia, San Cipriano de Cartago. Cuantos participan en la acción divinizadora de Dios se hacen templos vivos del Espíritu Santo, es decir, Santos, Confesores y Mártires. Dios, el Santo por excelencia, nos exhorta en el Antiguo Testamento a hacernos también nosotros santos, como Él es.

La santidad está relacionada con el martirio, el testimonio. Son dos cosas inseparables en la vida del verdadero cristiano. Si no es μάρτυς-testigo y santo, o por lo menos lucha continuamente por la santidad, no es cristiano como Cristo y los Santos Padres de la Iglesia, orientales y occidentales, comúnmente enseñan. Es un cristiano templado que será condenado como dice muy claro el Apocalipsis.

La Solemnidad de San Ildefonso de Toledo coincide dentro de la “Semana de Oración por la Unidad de los Cristianos”, por la cual con tanta fuerza e insistencia han luchado los Santos Padres de la Iglesia Una, Santa, Católica y Apostólica, entre los cuales dominan ilustres santas personalidades ibéricas, como Cecilio de Granada, Osio de Córdoba, Paciano de Barcelona, Braulio de Zaragoza, Gregorio de Elvira, Leandro e Isidoro de Sevilla, Julián e Ildefonso de Toledo, Martín de Braga, Potamio de Lisboa, Dámaso de Roma.

El Beato Papa Juan-Pablo II, el Papa de los dos pulmones de la Cristiandad, uno oriental y uno occidental, inaugurando el gran Jubileo de los 2.000 años del nacimiento según la carne de Nuestro Señor Jesucristo, el único Salvador y Redentor del mundo, el Hijo Unigénito y Verbo de Dios, hizo particular mención de los Santos de la fe en Cristo, mártires, confesores y padres, los cuales llamó “puente de unidad” entre los cristianos de hoy, un puente firme y seguro.

En los tiempos antiguos los verdaderos cristianos sufrieron el “martirio de sangre”, como Eulalia de Barcelona, Vicente de Valencia, Hermenegildo príncipe, Eulogio y Lucrecia de Córdoba, Esteban de Cádiz, por mencionar los más ilustres mártires hispanos que son honrados también en Oriente. Hoy los verdaderos cristianos sufren el “martirio de la conciencia”, que según los Santos Padres de la Iglesia es más fuerte y doloroso del “martirio de sangre”, porque el de conciencia es continuo e insistente.

Vivimos en una época de enorme crisis espiritual y moral principal y segundariamente económica, que es hija de la primera. Reina la apostasía, como en los tiempos del antiguo Israel. La superación de cada crisis se hace a través de la fe firme en Nuestro Señor y Salvador Jesucristo, nacido nuevamente hace pocos días “por nosotros los hombres y por nuestra salvación”, reforzados por los eternos e inmortales ejemplos y guías, que son nuestros Santos, como San Ildefonso, obispo y patrón de Toledo.

Por sus santas intercesiones, Cristo Nuestro Dios ten piedad de nosotros y sálvanos. Amen.                                   

 

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PRESENTACIÓN

DE PARTE DE SU EMINENZIA RVDMA. POLICARPO,

METROPOLITA ORTODOXO DE ESPAÑA Y PORTUGAL

Y EXARCA DEL MAR MEDITERRÁNEO

DEL LIBRO DE SU ALTEZA

EL PRÍNCIPE JUAN ARCADIO LÁSCARIS COMNENO

“VISIÓN HISTÓRICA HISPANO-BYZANTINA”

(Madrid, Aula “Marqués de Ciadoncha”, el 27 de enero de 2012)

 

 

Es para mí una gran alegría y honor presentaros en esta tarde el interesante libro de muy querido Príncipe Su Alteza Juan Arcadio Láscaris Comneno “Visión Histórica Hispano-Bizantina”. Los motivos son varios y permitidme, antes de entrar en la presentación del libro, referirlos como un prólogo o introducción en esta presentación.

 

El primer motivo es en mi calidad de Arzobispo Metropolitano de la Gran Iglesia de Constantinopla-Nueva Roma, del Patriarcado Ecuménico, que salvó, conservó y continuó “el Bizancio después del Bizancio”, para usar la exitosa expresión del más grande y notable bizantinólogo de nuestros tiempos, el inolvidable Sir Steven Runciman. El segundo porque más concretamente, soy el Metropolita de España y Portugal y Exarca del Mar Mediterráneo. Nuestra Península se conecta con “Bizancio” mediante vínculos que muchos ignoramos y el Príncipe, con su libro, nos recuerda. El tercero porque el Príncipe constituye en España una presencia “bizantina” viva, que encarna a dos gloriosas casas imperiales “bizantinas”: la de los Láscaris de Nicea, frente a Constantinopla en Asia Menor y la de los Comnenos en Trebizonda, capital del Ponto. Encarna dos Casas que bajo condiciones históricas extremadamente difíciles han luchado con fuerza para salvar a “Bizancio” de sus enemigos, tanto Occidentales como Orientales, y hasta cierto punto lo han conseguido aplazando la caída del Imperio dos siglos después. El cuarto porque el Príncipe constituye un miembro dilecto de la Gran Iglesia de Constantinopla-Nueva Roma en España y a través de su Casa Imperial en todo el mundo.

 

Pero antes de pasar a la presentación del libro quería resaltar que, el término “Bizancio” históricamente es inaceptable. Es un término que han usado los historiadores occidentales y que, desgraciadamente, fue aceptado internacionalmente y pasó también en nuestro Oriente. Bizancio, la antigua colonia de los Megarenses, cesó de existir con este nombre casi mil años después de su fundación por parte de Byzas el Megarense. Desde el 11 de mayo de 330 d.C. se llama Nueva Roma e inmediatamente después del óbito de su nuevo fundador San Constantino el Grande e Isapóstol, se llamará Constantinopla, Ciudad de Constantino y Ciudad Reina o, simplemente, La Ciudad, apelativo que lleva hasta hoy. Su nombre turco, “Estambul”, deriva del griego: “eis tin Polin /en la Ciudad”. Por esta razón no existió jamás el Imperio Bizantino, sino el Imperio Romano, la Romanía, como muy bien la llama tantas veces en su libro el Príncipe. Un Imperio empapado profundamente del inmortal espíritu griego antiguo y el cristianismo ortodoxo, una mezcla y coexistencia armoniosa de la ecúmene helénica con la ecúmene cristiana. El Imperio de Constantinopla-Nueva Roma no tiene ninguna relación y no admite ninguna comparación con el oscuro Medioevo que por muchos siglos, hasta el Renacimiento, dominaba en el Occidente. Los pueblos orientales (Árabes, Turcos, Persas, Indios) no usan el término “Griego” para indicar los Griegos, sino el de “Romano/Rum”, y los Griegos de hoy usamos en nuestra vida cuotidiana el mismo término que en la lengua griega se pronuncia “Ρωμηοί”, es decir Romanos, porque nos consideramos hijos de la Nueva Roma, Constantinopla, la Ciudad Reina, la ex Bizancio, que es nuestra progenitora espiritual y cultural. Como consecuencia, todos los cristianos Ortodoxos, independientemente de origen nacional y lengua, somos “Romanos”, porque constituimos un único pueblo, el Pueblo Romano Oriental, porque provenimos y hemos nacidos espiritual y culturalmente de la misma pila que es Constantinopla-Nueva Roma.                                  

 

Paso ahora a la presentación, con toda brevedad posible, del libro del Príncipe, declarando desde el principio y en línea general que su preciosismo, utilidad y contribución consisten en su rico y amplio contenido, que nos introduce en tantos argumentos ignorados por muchos, tanto en Oriente como en Occidente, y que tienen relación y referencia entre “Bizancio” y España en particular y la Península Ibérica en general. No existe sector en el que el Príncipe no haga referencia, aunque sea breve. Por eso la contribución de este libro es de gran importancia para los lectores y la ciencia.

 

El libro se divide en 7 partes:

1) “Helenismo y Byzancio”: El Imperio de Constantinopla-Nueva Roma no solamente constituye una continuación del Helenismo, sino que salvó el Helenismo y lo guardó hasta nosotros con su lengua griega y su inmortal civilización griega antigua. La Romanía tenía, tiene y tendrá para siempre dimensión helénica, una dimensión helénica ecuménica y no provincial, porque el helenismo verdadero es ecuménico. La Romanía es una conjugación perfecta y armoniosa de la ecumene helénica de Alejandro Magno con la ecumene cristiana del gran helenista y Apóstol de las Naciones San Pablo. Respira con dos pulmones: helénico y cristiano ortodoxo. De esta realidad estaban convencidos todos en el Imperio: desde el Emperador hasta el último ciudadano.

 

2) “Byzancio y España”: En esta parte el Príncipe se refiere a las relaciones entre el Imperio Romano Oriental y España, desde su fundación hasta los tiempos después su caída. Es una parte interesantísima para todos nosotros, Orientales y Occidentales, porque en este sector específico nuestros conocimientos son pocos. Yo mismo les confieso que he descubierto muchísimas cosas que, hasta ahora, me eran desconocidas. Muy interesante la parte que se refiere a la presencia en España de altísimos miembros de la Casa Imperial de los Láscaris, de los cuales es descendiente el escritor del libro.

 

3) “Los Catalanes en Byzancio”: Una presencia poco agradable a causa de las catástrofes por parte de la Compañía Catalana en los territorios imperiales y, especialmente, en Grecia.

 

4) “El Ponto”: En esta parte se hace una larga referencia a la importantísima región del Helenismo desde los tiempos antiquísimos del Ponto y su capital Trebizonda. Capital de los Comnenos fue el último territorio romano que cayó en manos de los Turcos Otomanos. Hasta  agosto del 1922, año de la catástrofe del Asia Menor, la más grande catástrofe del Helenismo de todos los tiempos, el Ponto era una región puramente helénica y cristiana ortodoxa y hoy en esta región habita un gran número de cripto-cristianos ortodoxos. Los griegos que provienen del Ponto, en el punto del planeta donde se encuentren, constituyen la más dilecta y patriótica parte del Helenismo y Romanía actual.

 

5) “Adoración, Literatura, Arte y Sociedad Byzantina”: El Imperio Romano de Oriente no se entiende sin la Fe y la Iglesia Ortodoxa, a la cual debe su vida de más de 1.200 años – único fenómeno en la historia universal – y su continuación a través de ella hasta nuestros días. La vida entera en el Imperio, desde la cuotidiana hasta la cultural, social, nacional y política, estuvo fuertemente impregnada de la fe ortodoxa en Cristo, cosa que pasó también en la vida de aquellos pueblos que fueron nacidos espiritual y culturalmente de Constantinopla, es decir los Eslavos Orientales (Búlgaros, Serbios, Rusos, Ucranianos) y los Rumanos y Georgianos. La Iglesia Ortodoxa conservó y cultivó la lengua griega y la cultura griega antigua dentro el Imperio y después de eso durante los dificilísimos tiempos de la larga y dura esclavitud otomana y como Madre afectuosa entregó esta civilización no solamente a los griegos modernos sino a la humanidad entera. Los más grandes y notables bizantinólogos como Sir Steven Runciman (Cambridge/Oxford), Elena Glykatzi-Halverel (Sorbonne-París), Leonidas Uspensky (San Petersburgo/París) y Dionysios Zakynthinós (Atenas) lo declaran y lo fundamentan científicamente.

 

6) “La Gran Idea y Grandes Idealistas del Helenismo”: La Gran Idea no es otra que una continuación pura de la Romanía. Jamás los greco-romanos han olvidado la Romanía y este dulce recuerdo los vivificaba durante los difíciles años de la esclavitud, donde existía el gran peligro de desaparecer. Pero la estirpe de los greco-romanos no desapareció gracias a la Ortodoxia y especialmente a su Madre afectuosa, el Patriarcado Ecuménico, el Fanar, que cultivó entre los greco-romanos de entonces, esclavos y en la diáspora, la Gran Idea del renacimiento de la Romanía. Entre los grandes idealistas del Helenismo moderno permitidme incluir el escritor del libro que presentamos en esta tarde.

 

7) “La Identidad Helena”: La Identidad Helena actual es más greco-romana que otra cosa. Esta afirmación mía es una cruel realidad, aunque muchos quieran ocultarla usando también la ciencia. Como en los tiempos de la Romanía, del Imperio de Constantinopla-Nueva Roma también en nuestros días cada verdadero y auténtico heleno respira con dos pulmones: el de la civilización antigua griega y el de la fe ortodoxa en Cristo. Estas dos cosas son inseparables. Verdadero, auténtico griego, significa romano, en una palabra: greco-ortodoxo.

 

El Príncipe en el prólogo de su libro dice que muchos creerán que es un idealista con el significado de anacrónico. Pero como él mismo certifica y declara y también yo creo firmemente, no pasará mucho tiempo que le darán razón y en su persona serán justificados todos los idealistas. No debemos olvidar, por otra parte, que vivimos un una época de enorme crisis espiritual y moral. Vivimos en tiempos de apostasía como en el antiguo Israel. Todo ha caído. Pero, aquello que la Romanía representa, es decir el Helenismo y la Ortodoxia, no han caído, ni caerán hasta la segunda venida del Nuestro Señor y Salvador Jesucristo. La musa pontíaca lo proclama claramente. Cuando llegó a Ponto la noticia de la caída de la Ciudad Reina, estalló en un gran lamento, pero terminó con la firme y segura afirmación: “ Ρωμανία κι’ ν πέρασεν, Ρωμανία κι’ ν πάρθεν, Ρωμανία νθε καί φέρει κι λλον/Aunque la Romanía haya pasado, aunque la Romanía se haya perdida, la Romanía florece y permanece de nuevo”. Sí, la Romanía no ha pasado ni se ha perdido, sino que florece y permanece, en primer lugar porque vive dentro de la Iglesia Ortodoxa, y en segundo porque continúa engendrando hijos como el Príncipe Juan Arcadio Láscaris Comneno, escritor del bellísimo libro: “Visión Histórica Hispano-Byzantina”, que hoy tengo la gran alegría y el honor especial de presentaros en mi calidad de Metropolita de la Gran y Santa Iglesia Primada y Madre de Constantinopla-Nueva Roma al público español, que debe sentirse orgulloso porque Madrid posee un vivo trozo de Romanía que es la Iglesia Catedral Greco-Ortodoxa de San Andrés Apóstol, el primer llamado, fundador de la Iglesia de Bizancio.

 

Agradezco como Jerarca Romano Oriental, es decir Greco-Ortodoxo del Patriarcado Ecuménico de Constantinopla-Nueva Roma, al Altísimo escritor del libro, me congratulo con él y le deseo desde el profundo de mi corazón “ες πολλά τη/ por muchos años”. Os doy las gracias por vuestra atención.           

 

 

 

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SALUTO DI SUA EMINENZA REV.MA

IL METROPOLITA ORTODOSSO

DI SPAGNA E PORTOGALLO

POLICARPO

IN OCCASIONE DELLA SESSIONE D’INAUGURAZIONE

DEL 3° FORUM EUROPEO CATTOLICO-ORTODOSSO

(Lisbona, 5 giugno 2012)

 

 

                 Con gioia immensa, nella veste di Metropolita Ortodosso di Spagna e Portogallo ed Esarca del Patriarcato Ecumenico, saluto tutti voi  partecipanti al 3° Forum Europeo Cattolico-Ortodosso. Un particolare saluto fraterno rivolgo all’Eminentissimo Signor Cardinale Josè da Cruz Policarpo, Patriarca di Lisbona, la Chiesa che ospita il Forum e agli Eminentissimi Co-Presidenti del Forum, il Cardinale Péter Erdö, Arcivescovo di Esztergom-Budapest, Presidente del Consiglio delle Conference Episcopali Cattoliche Europee e il Metropolita di Sassima Gennadios, del Patriarcato Ecumenico.

 

                 Il tema di questo Forum è molto interessante e di estrema attualità: “Crisi economica e povertà: provocazioni per l’Europa di oggi”. Il nostro vecchio continente, come anche tutta l’umanità, è colpito da una grave crisi economica. In modo particolare questa crisi ha colpito l’Europa Meridionale: Grecia, Italia, Spagna, Portogallo. É inutile sottolineare che la crisi economica è figlia della grande crisi spirituale e morale che oggi attraversa l’umanità. La deviazione dai principi e valori spirituali e morali e il porre l’epicentro dell’interesse esclusivamente nel denaro e nella ricchezza materiale hanno creato un diretto contraccolpo negativo nella vita della società. Quando non esistono freni e canoni abbiamo l’aumento dell’ineguaglianza sociale. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, scompare la classe media, dominano la disoccupazione e la povertà, manca il rispetto nei confronti del più debole, tutte situazioni che viviamo quotidianamente.

 

                 Lo sfrenato eudemonismo e consumismo sono situazioni effimere, come ci insegna la storia mundiale. Lontano da Dio, l’unica autentica fonte di ogni bene, non esiste autentica prosperità e tranquilità, ma regna la legge della giugla. Viviamo in un’epoca di apostasia e dobbiamo affrontare e interpretare la crisi economica come una prova che ci invita a ritornare nelle braccia della Providenza di Dio Buono e Amico degli uomini. Un’Europa senza le sue radici cristiane e greco-romane non ha futuro. Hanno cercato e continuano a cercare – senza successo - di unificare l’Europa principalmente dal punto di vista economico. L’elemento che unisce non è l’Euro, ma l’immortale spirito cristiano e greco-romano, come li hanno coniugati in modo esemplare i Santi Padri della Chiesa indivisa.

 

                 Carissimi fratelli in Cristo, come Pastori viviamo quotidianamente e direttamente le conseguenze negative della crisi ai nostri fedeli, molti dei quali sono rimasti da tanto tempo senza lavoro e un gran numero di loro ha perso anche le proprie case. La Chiesa, come l’unica loro fedele Madre affettuosa, non può rimanere indifferente al dolore di millioni di uomini appartenenti al proprio suo popolo. Le nostre Chiese devono sostenere dinamicamente questo popolo sofferente e guidarlo verso la strada giusta, costituita dal ritorno ai principi e ai valori spirituali e morali, dall’allontanamento dalla tentazione di divinizzare il denaro ed il sterile eudemonismo e consumismo, perchè “l’uomo non vivrà solo di pane”. Tutto arriva e passa. Solo la Chiesa rimane, secondo l’esplicita assicurazione del suo Capo. Cristo attraverso la Sua Chiesa offre le soluzioni per ogni problema e noi, come Pastori, dobbiamo aiutare il nostro popolo di comprendere ciò e di ritornarsi fiducioso in Lui.

 

                 Il nostro Forum si riunisce in un periodo molto significativo. Subito dopo la Pasqua, l’Ascensione e la Pentecoste, queste tre grandi Feste e salvifici Eventi, che le nostre due Chiese sorelle hanno festeggiato da poco con una settimana di differenza. Il Vincitore della morte e del pecato, Cristo Risorto, con gloria asceso nei cieli e assiso alla destra del Padre, ha compiuto la Sua promessa. Con la processione dello Spirito Santo da parte del Suo Padre, rimane sempre tra noi.

 

                 Che il Paracleto, lo Spirito della Verità illumini tutti in modo che usciamo al più presto possibile dalla grande prova che attraversiamo, prova della quale siamo responsabili tutti, e soprattutto quanti governano.

 

                 Infine vorrei esprimere anche io, come Metropolita Ortodosso della Penisola Iberica, i miei calorosi ringraziamenti al Eminentissimo Signor Cardinale-Patriarca di Lisbona, che ospita il 3° Forum Europeo Cattolico-Ortodosso. Le auguro che il Signore Gli doni salute per molti anni, per mezzo dell’intercessione dei nostri comuni Santi Padri di questa terra: Potamio di Lisbona, Martino di Braga e Damaso Papa di Roma. A tutti i partecipanti auguro un buon successo dei lavori del nostro Forum. Grazie!

 

† Metropolita Polykarpos Stavropoulos

Arzobispo Ortodoxo de España y Portugal

y Exarca del Mar Mediterráneo

 

“MARCHA DE PAZ”

(Murcia, el 28 de febrero de 2013)

 

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Excelencia Reverendísima,

Reverendos Padres,

Queridos Hermanos y Hermanas en Cristo,

 

                 Hace casi 2013 años empezó de improviso en el mundo una magnifica marcha de paz. Empezó la hora “cero”, cuando llegó “la plenitud de los tiempos” (Gal 4,4). Empezó cuando las cosas habían llegado a un punto que no avanzaban más. Empezó a la hora en que el hombre gemía bajo varios tiranos interiores y exteriores. A la hora en que la humanidad había llegado al más crítico y decisivo punto de su existencia.

                 Y empezó esta magnífica marcha desde el estado del mundo invisible para llegar a la superficie del mundo visible. Empezó desde el cielo y llegó a la tierra. Traía el celestial mensaje de gozo a los humildes y simples pastores de Palestina y como consecuencia a toda la humanidad angustiada: “No temáis, os anuncio una buena noticia que será de gran alegría para todo el pueblo: hoy, en la ciudad de David, os ha nacido un Salvador, el Mesías, el Señor” (Lc. 2,10-11).

                 El Verbo descarnado se encarna para animar, restaurar y salvar al final la atormentada humanidad, oprimida, herida y afligida por pasiones interiores y exteriores y violencias.  “Gloria a Dios en el cielo, y en la tierra paz a los hombres de buena voluntad” (Lc 2,14). El Dios de la paz concede a la humanidad la paz, no una paz genérica e incierta, sino su propia paz. Era la primera vez que se escuchaba este gozoso, lleno de esperanza, anuncio de paz a nivel mundial y en perspectiva mundial, con carácter supralocal y diacrónico.

Y fue esta marcha de paz desde el cielo hacia nuestra tierra para expulsar del alma humana el miedo y la inquietud, el odio y la ira, la angustia y el estrés, la esclavitud y el pecado. Fue echa para anunciar que ha llegado el tiempo de apartar las absurdas, ilógicas y mezquinas distinciones ente amigos y enemigos, entre pecadores y buenos, entre justos e injustos (Mt 5,44-45). Fue echa esta celestial marcha de paz para proclamar que ha venido Cristo, el Ungido de Dios, para ser saldadas las diferencias ilegales entre naciones y estados, entre blancos y negros, entre esclavos y libres, entre “bárbaros” y “civilizados”, entre “desarrollados” y “no desarrollados”, entre “superpotencias” y “tercermundistas”, entre ricos y pobres, entre hombres y mujeres ….. Fue echa para incluir toda la tierra, todos los hombres, todos los pueblos (como dice la Santa  Escritura), que todos somos uno cuando estamos cerca a Cristo (cfr. Gal 3,29). Fue, entonces, éste proceso de paz para llevar la alegría, la esperanza y el optimismo en cada probada alma humana; para triunfar la paz, la justicia, la igualdad, la fraternidad y el amor verdadero. Fue echo para llamar a la verdad, a la libertad y a la salvación a cada hombre y para confirmar la participación en estas tres situaciones de cada cristiano que lucha continuamente.

Desde entonces se hacen muchísimas marcas de paz, pequeñas y grandes, secretas y públicas, de personas y de grupos, legales e ilegales, en muchísimas partes de la tierra y felizmente se continúa haciendo hasta hoy. Pero una pregunta se evidencia ante tanto escepticismo. ¿Empieza cada marcha desde el cielo? ¿Se riega y se nutre con las enseñanzas celestes  del Verbo divino? ¿Tienen como fin la liberación de cada hombre cautivo de las pasiones y del pecado? ¿O se hacen por simple hábito y rutina?

Sin Cristo no existe paz autentica, porque Él mismo es la paz verdadera por excelencia. Desgraciadamente, nuestro mundo de hoy ha alejado de su vida a Cristo, adoptando como modo de vida la fuerza de romper del pecado, negando así la bendita paz de Dios-Hombre, con consecuencias trágicas para la humanidad entera. El mundo de hoy “está en el mal” y olvida que el Señor llamaba bienaventurados a los operadores de la paz y los caracterizaba como “hijos de Dios”, dando paralelamente también una receta de justificación y salvación personales para aquel que hiciere de la paz de Dios su modo de vida y la transmitiere también a los otros.

El hombre secularizado de hoy vive lejos de la voluntad de Dios. El hombre no es capaz de tener paz lejos de Cristo, porque Él “es nuestra paz”. Subraya sobre esto el apóstol Pablo que la paz constituye el fruto del Espíritu Santo y fructifica cuando reina en el mundo el Espíritu de Dios. Otro presupuesto existencial de paz es que cada hombre tenga conciencia de sus propios errores. Estar lejos del egoísmo y de la tendencia humana de sojuzgar, gobernar y dominar sobre los otros. He dejado para lo último la cuestión importantísima de la paz personal, que no es una situación externa, sino, sobre todo, una cuestión interna y del corazón. El hombre que no tiene paz interior es un hombre peligroso. La paz interior es accesible con el alejamiento del odio y de la ira, de la crítica, de la tensión hacia el pecado y la superación de las pasiones a través de la oración y el arrepentimiento.

Ahora que la humanidad pasa de nuevo por otro crítico y decisivo periodo en su historia, quizás el más importante y difícil, porque está inmersa en una enorme crisis espiritual y moral, madre de aquella otra económica, debemos todos los habitantes de la tierra empezar desde todos los lugares y desde todas las ciudades y pueblos una común y continua marcha y pedir el uno al otro el: “Gloria a Dios en el cielo, y en la tierra paz a los hombres de buena voluntad” (Lc 2,14). Solamente así podemos adquirir la verdadera unión y pacificación. Cristo es el Señor y Dador de la paz, de la auténtica paz, de aquella “que supera toda mente”, como dicen nuestros Santos Padres. Mantengamos pues la paz con Cristo, con el prójimo y el mundo que nos rodea si deseamos tener futuro y vida. Os saludo cordialmente con el saludo alegre de nuestro Señor y Salvador Jesucristo Resucitado: “¡Paz a todos!”.